BANCOMAT, RISTORO AL CLIENTE

di Maurizio Finocchio e Fabio Antonio Ferrara
Nel caso di prelievi a mezzo bancomat disconosciuti dal correntista, grava sulla banca l’onere di dimostrarne la riconducibilità al cliente. Se tale prova non viene univocamente fornita dall’istituto, che è tenuto ad osservare la diligenza tecnica dell’accorto banchiere il cliente va ristorato. La Cassazione, con ordinanza n. 9721 del 26 maggio 2020, torna sul tema. Il caso è quello, tipico, del cliente che si accorge dell’esecuzione di prelevamenti «abusivi» dal proprio corrente (nel caso di specie, fino all’azzeramento) e chiede al proprio istituto di credito di esserne rimborsato, vedendosi però respinta la richiesta per pretesa mancanza di responsabilità della banca nella custodia dello strumento di pagamento e delle credenziali affidate al titolare. Il Tribunale di prime cure, aderendo all’impostazione della banca, ha rigettato infatti la domanda dei correntisti, ritenendo mancante la prova della diligenza usata dai titolari per impedire il furto o la clonazione del bancomat, sicché che non vi sarebbe responsabilità per i prelevamenti effettuati anteriormente al blocco della carta, tardivamente denunciato. Si è ritenuto, così, che l’onere (per i giudici di merito non assolto) di dimostrare di non aver creato le condizioni del furto, clonazione o smarrimento della carta, ossia l’onere di dimostrare la diligente custodia del bancomat, gravi esclusivamente sul cliente medesimo, in quanto detentore dello strumento di pagamento con codici di sicurezza. Piazza Cavour non ha però condiviso tale assunto, accogliendo il ricorso proposto dai correntisti, dopo un secondo grado di giudizio ancora, a conti fatti, favorevole alla banca. La Corte ha evidenziato che grava sulla banca tanto l’onere di diligenza di impedire prelievi abusivi quanto quello di dimostrare che il prelievo non è opera di terzi, ma è riconducibile comunque alla volontà del cliente: quest’ultimo, infatti, subisce le conseguenze della perdita solo se, per colpa grave, ha dato adito o ha aggravato il prelievo illegittimo, ad esempio omettendo per lungo tempo una qualsiasi forma di controllo degli estratti conto. Ciò in coerenza sia, specificamente, con le disposizioni di cui al D.Lgs. 11/2010 (attuativo della direttiva 2007/64/CE sui servizi di pagamento nel mercato interno), sia, generalmente, dell’art. 1176 cc, che detta regole sulla diligenza delle parti del contratto da interpretare con rigore a fronte della particolare diligenza tecnica richiesta agli istituti di credito, chiamati a garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema. Queste fonti prevalgono su eventuali diverse condizioni contrattuali approvate dal cliente, quali quelle che impongano una rapida denuncia di blocco o riducano la quota di rimborso a carico della banca.

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CASSAZIONE. FRODE FISCALE, SEQUESTRABILE IL FONDO PENSIONE

Nell’ambito di un’inchiesta per frode fiscale scatta il sequestro sul fondo pensione dell’imprenditore. Ciò perché tali strumenti finanziari costituiscono una categoria assimilabile all’assicurazione sulla vita. La Cassazione con sentenza n. 13660 del 6 maggio 2020, ha respinto il ricorso di un imprenditore di Palermo. La difesa chiedeva il dissequestro delle somme versate nel suo fondo pensione, dopo le accuse emissione e utilizzo di fatture soggettivamente false. La tesi del legale secondo la quale il denaro accantonato aveva la stessa natura della pensione erogata dall’Inps non ha retto. Per l terza sezione penale «ritenuto pertanto che – vuoi con riferimento alla primigenia fase di accumulo della provvista monetaria vuoi con riferimento alla successiva fase di erogazione della periodica prestazione pecuniaria – gli strumenti finanziari riconducibili alla categoria dei “fondi pensione” costituiscano una categoria assimilabile alle assicurazioni sulla vita, deve concludersi che le somme di danaro in essi confluite sono soggette alla ordinaria disciplina penalistica in materia di sequestro preventivo dei crediti finalizzato alla successiva confisca». Sbaglia quindi la difesa dell’uomo a far discendere dal quadro normativo vigente, trattandosi di rimesse in corso di accumulo in favore di un fondo pensione, che le somme di denaro oggetto di sequestro preventivo dovrebbero essere liberate in quanto, essendo esse intangibili durante la fase dell’accumulo, il sequestro preventivo operato sarebbe stato illegittimamente eseguito. La Cassazione ha invece confermato e reso definitiva la misura ablativa che ora non potrà più essere revocata. La vicenda riguarda un imprenditore di Palermo e suo figlio che hanno usato delle fatture emesse da una cartiera, ponendo in essere, di fatto, una frode fiscale. Da qui era stato disposto il sequestro del fondo pensione del padre, per il recupero del profitto incassato dall’illecito tributario.


RISARCIMENTO DANNI CADUTA NEGOZIO

Il gestore del locale deve sempre tutelare la salute dei clienti: la responsabilità oggettiva del titolare del ristorante, pizzeria, negozio può essere evitata solo dimostrando il caso fortuito ossia l’imprevedibilità e l’inevitabilità della caduta.

Il proprietario di un negozio, di un ristorante, di un bar, di un supermercato è responsabile per gli incidenti che avvengono all’interno del proprio locale, sia esso di proprietà che in affitto.

Questo principio va sotto il nome di responsabilità oggettiva ed è sancito a chiare lettere dall’articolo 2051 del codice civile. Così, ad esempio, se un cliente cade per colpa di un gradino poco stabile, di una pozzanghera d’acqua lasciata da qualche ombrello bagnato, di un detergente vischioso o di un oggetto scivoloso presente sul pavimento, il gestore dell’attività commerciale è tenuto a pagare i danni fisici conseguenti all’infortunio.

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Il risarcimento danni da caduta in negozio costituisce così uno dei più tipici casi di responsabilità del titolare del locale nei confronti sia dei terzi che dei suoi stessi collaboratori e dipendenti.

Il principio è lo stesso che si applica in tema di cadute sulla strada o sul marciapiede: il titolare o il custode della cosa (che in questo caso è l’asfalto) è responsabile per tutti i danni prodotti da essa a meno che non dimostri l’imprudenza o la negligenza del danneggiato. Quindi, tanto più è ampia e visibile la buca, tantomeno è possibile pretendere un risarcimento.

C’è una profonda differenza, all’atto pratico, tra la responsabilità del Comune e quella del gestore del locale: se è verosimile – anzi piuttosto frequente – che, in una strada ampia, la caduta sia dovuta a distrazione (si pensi a chi cammina con gli occhi puntati sul cellulare), ciò è meno probabile in un locale chiuso dove gli ostacoli sono percepibili nell’immediatezza. Dunque, il titolare del negozio difficilmente potrà dimostrare che lo scivolone è stato dovuto all’imprudenza del danneggiato.

In sintesi, in caso di caduta in un negozio, il risarcimento danni è quasi sempre assicurato.

Danno all’interno di negozi, ristoranti e pizzerie

La conferma viene da una recente sentenza della Cassazione [1]. Il titolare del locale risponde sempre della salute dei clienti e, in caso di danni, è tenuto a versare il risarcimento. La vicenda riguarda il caso di un cameriere che, inciampato a causa di uno dei clienti, rovesciava addosso a una bambina una pizza fumante, provocandone delle ustioni.

Secondo la Corte, il gestore del ristorante risponde anche per il “caso fortuito” dovuto ad uno spintone dato al cameriere dai suoi amici turbolenti.

I magistrati hanno ribadito che «chi accede in un ristorante ha il diritto di pretendere dal gestore che sia tutelata la sua incolumità fisica». In sostanza, nel contratto di ristorazione «il creditore della prestazione affida alla controparte la propria persona». E in caso di incidente il ristoratore può “salvarsi” solo se dimostra il «caso fortuito»: in pratica, deve risultare che il danno non poteva essere né previsto né evitato e che, dunque, il titolare del locale ha fatto tutto il possibile per evitare l’incidente.

Non si può condannare l’esercente senza verificare se, ad esempio, prima dell’incidente abbia richiamato la tavolata di giovani turbolenti o, invece, tollerato la maleducazione degli avventori.

Pavimento bagnato

Nella situazione di rischio che proviene dal pavimento bagnato, il custode deve prevenire il pericolo della caduta con adeguate misure di sicurezza o segnalazioni di pericolo ed esercitando i poteri di vigilanza che gli competono [2].

Sulla scorta di ciò, la Cassazione ha accolto la domanda di risarcimento proposta da una donna che, appena entrata in un negozio, era caduta rovinosamente sul pavimento bagnato e reso scivoloso dall’acqua saponata. In primo grado, l’infortunata aveva perso la causa poiché il giudice, erroneamente, aveva dato rilievo assorbente alla condotta negligente della vittima, desunta in maniera apodittica e illogica dalla circostanza che nel momento in cui si era verificato l’incidente (nella specie, alle ore dieci del mattino) vi era piena visibilità dell’umido. Il tribunale, però, non aveva considerato che il dato di fatto della comune esperienza postula che, nella situazione di rischio proveniente dal pavimento bagnato, il gestore del negozio debba prevenire il pericolo della caduta con adeguate misure di sicurezza o segnalazioni di pericolo.

LESIONI DA CANTIERE: RISPONDE ANCHE IL COMMITTENTE

Lo ha stabilito la sentenza n. 15697/2020 depositata il 22 maggio 2020 dalla IV sezione penale della Corte di Cassazione. Accogliendo il ricorso della parte civile, il committente di opere edili presso un condominio è stato ritenuto responsabile del reato di lesioni colpose occorse ad un minore a causa del materiale abbandonato.

di Elisa Chiocchi e MR. OLIVIERO

Il verdetto

Annullando la sentenza di appello che confermava quella di primo grado in ordine all’assoluzione del committente di opere edili, la Cassazione ribalta completamente il verdetto finale. Attraverso un percorso argomentativo, definito dagli Ermellini del tutto erroneo, i Giudici di merito avevano ritenuto esente da responsabilità il committente delle opere edili non rivestendo egli una posizione di garanzia nei confronti dei terzi per i danni causati dalla esecuzione delle opere appaltate, gravando tale rischio esclusivamente sull’appaltatore.

Le motivazioni della Suprema Corte

La Suprema Corte muove invece il suo ragionamento partendo dalle seguenti premesse che costituiscono principi pacifici nella giurisprudenza di legittimità, ovvero:

– che il gestore del rischio connesso all’esistenza di un cantiere debba rispondere della prevenzione degli infortuni che abbiano coinvolto soggetti che siano terzi estranei rispetto all’attività in corso di svolgimento nel cantiere

– che il garante della sicurezza risponde dell’infortunio occorso all’extraneus sempre che l’infortunio rientri nell’area di rischio definita dalla regola cautelare violata e che il terzo non abbia posto in essere un comportamento di volontaria esposizione a pericolo.

Responsabilità del gestore del rischio

In pratica, dunque, in materia di prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro, appartiene al …

CONTAGIO DA CORONAVIRUS: IL DATORE DI LAVORO RISPONDE PENALMENTE?

Avv. Pasquale Morelli – Sin dalle prime battute del lockdown, cominciò a discutersi di un aspetto piuttosto tecnico in materia di salute e sicurezza sugli ambienti di lavoro, ovvero se procedere alla (ri)valutazione del rischio biologico e di conseguenza apportare modifiche ed aggiornamenti al documento di valutazione rischi (DVR) di cui al d.lgs. 81/2008.

Una corretta compliance

TABELLE DI MILANO: CRITERIO DI LIQUIDAZIONE GUIDA PER IL DANNO NON PATRIMONIALE

di Annamaria Villafrate – La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 8468/2020 (sotto allegato) fornisce un’importante indicazione ai giudici di merito quando sono chiamati a liquidare il danno non patrimoniale, come nel caso di specie, conseguente al decesso di un parente in un sinistro stradale. I giudici, come chiariscono gli Ermellini, non possono liquidare il danno non patrimoniale ricorrendo al criterio equitativo puro, ma devono tenere conto dei parametri forniti dalle Tabelle di Milano, regole integrative dell’equità.

LE MISURE RESTRITTIVE COVID-19 QUALI ILLECITI AMMINISTRATIVI

Analisi giuridica e degli aspetti procedurali dell’impugnazione

Di Denaura Bordandini

L’art. 4 del decreto-legge n. 19/2020 prevede che il mancato rispetto delle misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19, come previste dall’art. 1 ed attuate dai DPCM, costituisca un illecito amministrativo punito con la sanzione pecuniaria da € 400,00 a € 3.000,00, della quale è previsto il raddoppio in caso di uso di veicolo. In caso di violazione dell’obbligo di sospensione dell’attività produttiva, secondo le previsioni del DPCM 10 aprile 2020, è prevista la sanzione accessoria della chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni. Medesima sorte in caso di mancata adozione delle misure anti-contagio per gli esercizi aperti al pubblico o di quelle previste dal Protocollo condiviso per i luoghi di lavoro.

 Sommario

1. Introduzione
2. La condotta
3. L’elemento soggettivo
4. Responsabilità della persona giuridica
5. L’accertamento e la contestazione
6. Il procedimento sanzionatorio
7. L’impugnazione ed il giudizio

L’INTERVENTO DEL FONDO DI GARANZIA PER LE VITTIME DELLA STRADA NON ESONERA IL DANNEGGIATO DALL’ONERE DELLA PROVA

L’intervento del Fondo di garanzia per le vittime della strada, previsto dall’art. 283 d.lgs. 209/2005 e prima dall’art. 19 L. 990/69 al fine di consentire il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli per i quali vi è obbligo di assicurazione, previsto nei casi di sinistro cagionato da veicolo o natante non identificato non incide sulla regola generale per cui il danneggiato deve provare il fatto generatore del danno.

Ne consegue, dunque, che il danneggiato che promuova richiesta di risarcimento nei confronti del Fondo di garanzia, sul presupposto che il sinistro sia stato cagionato da veicolo non identificato, deve

  • in primo luogo, provare le modalità del sinistro e la riconducibilità dello stesso alla condotta dolosa o colposa (esclusiva o concorrente) del conducente di altro veicolo
  • e, in secondo luogo, provare anche che tale veicolo è rimasto sconosciuto e ciò in quanto la garanzia assicurativa predisposta dalla citata legge intende solo rafforzare la tutela sanzionatoria della responsabilità civile e non assicurare comunque un risarcimento al danneggiato.

Tribunale di Cosenza, sentenza del 29/10/2019 n. 2157

DANNI DA COSE IN CUSTODIA, QUESTA SI CONCRETIZZA NON SOLO IN INTERVENTI RIPARATORI SUCCESSIVI, MA ANCHE IN ATTIVITÀ PREVENTIVE

Nella responsabilità civile ex art. 2051 c.c., la custodia si concretizza non solo nel compimento sulla cosa degli interventi riparatori successivi, volti a neutralizzare, in un tempo ragionevole, gli elementi pericolosi non prevedibili, che si siano comunque verificati, ma anche in un’attività preventiva, che, sulla base di un giudizio di prevedibilità ex ante, predisponga quanto è necessario per prevenire danni eziologicamente attinenti alla cosa custodita; ne consegue che il caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità può rinvenirsi anche nella condotta del terzo, o dello stesso danneggiato, purché si traduca in un’alterazione imprevista e imprevedibile, oltre che non tempestivamente eliminabile o segnalabile, dello stato della cosa.

Tribunale di Bari, sentenza del 30/10/2019

TERZO TRASPORTATO PUÒ TESTIMONIARE A FAVORE DEL CONDUCENTE?

Secondo la Cassazione (ordinanza n. 19121/2019) la vittima di un incidente è incapace di testimoniare perché ha un interesse giuridico all’esito della lite

Di Marcella Ferrari

Professionista – Avvocato

La vittima di un sinistro stradale, anche se già risarcita, nutre sempre un interesse giuridico – e non di mero fatto – all’esito della lite introdotta dall’altro danneggiato, pertanto, è incapace di testimoniare.

In un incidente che coinvolga più soggetti, il terzo trasportato sulla vettura incidentata è incapace a testimoniare nel processo iniziato dall’altro danneggiato. L’avvenuto risarcimento a suo favore, infatti, non estingue l’interesse del testimone a deporre nel giudizio relativo al fatto illecito che gli ha provocato il danno.  

Così ha deciso la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19121 del 17 luglio 2019 (scarica il testo in calce), ribadendo la propria costante giurisprudenza in materia di incapacità testimoniale della vittima di un sinistro stradale.

Sommario 

  1. La vicenda
  2. La capacità a testimoniare
  3. La testimonianza della vittima del sinistro
  4. La testimonianza del terzo trasportato

Conclusioni