CANE MORDE? PROPRIETARIO CONDANNATO PER LESIONI

Il proprietario del cane è responsabile per le lesioni provocate dall’animale. Ne parliamo in Diritto prêt-à-porter, la nuova rubrica ideata dall’avv. Barbara Pirell

Nella terza puntata della nuova rubrica “Diritto prêt-à-porter” ideata dall’avv. Barbara Pirelli, parliamo della responsabilità del padrone del cane per le lesioni provocate dall’animale. Lo spunto è offerto dalla recente sentenza della Cassazione n. 3873/2018.
Proprietario del cane responsabile per le lesioni provocate dall’animale
C’è poco da fare, quando si decide di prendere un cane bisogna ricordarsi anche che si è responsabili di tutte le azioni commesse dall’animale di compagnia. Sia che il cane sia di taglia piccola oppure di taglia grande, l’amico a quattro zampe è sempre imprevedibile e per paura, per gelosia o per altri fattori contingenti può aggredire qualcuno.

Di regola,dunque,la responsabilità per i danni a cose o per le lesioni commesse in danno di persone ricade sempre sul proprietario dell’animale salvo provare il caso fortuito e cioè che il fatto si sia verificato per l’esistenza di un fattore esterno imprevedibile, inevitabile ed assolutamente eccezionale.

Nel caso in questione un uomo è stato condannato per il reato di lesioni(art. 582 c.p.) perché quattro suoi cani, uscendo dal cancello della sua abitazione, avevano aggredito un passante. La responsabilità dell’uomo è emersa non solo dalle dichiarazioni della persona offesa ma soprattutto dalla frettolosa e poco sicura chiusura del cancello che aveva determinato la fuoriuscita degli animali.

Non ha retto, invece, la tesi difensiva dell’uomo che ha ritenuto che la responsabilità del proprietario del cane non potesse basarsi esclusivamente sulle dichiarazioni della persona offesa non corredate da un documento che provasse la proprietà dell’uomo sui cani.

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SINISTRO CON AUTOTRENO: CHI RISPONDE SE MOTRICE E RIMORCHIO SONO DI PROPRIETARI DIVERSI

Cassazione Civile, sez. VI-3, ordinanza 17/11/2017 n° 27371

di  Carmine Lattarulo

Il proprietario del rimorchio è responsabile in solido con il proprietario della motrice, anzi no. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione VI-3 Civile, con l’ordinanza 17 novembre 2017 n. 27371.

Il fatto

Il Ministero dell’Interno richiese il risarcimento dei danni conseguenti ad un incidente stradale in cui era rimasto coinvolto un proprio dipendente per danni commisurati agli emolumenti ad esso versati durante il periodo di assenza dal servizio causato dai postumi riportati e conveniva in giudizio il conducente dell’autotreno che aveva tamponato la vettura a bordo della quale si trovava il dipendente, il proprietario della motrice (risultata sprovvista di copertura assicurativa) e la proprietaria del semirimorchio agganciato alla motrice.

In primo e secondo grado, veniva sostanzialmente dichiarato il difetto di legittimazione passiva del proprietario del rimorchio, in quanto non spiegava alcuna efficacia eziologica. Il Ministero ricorreva in cassazione.

La decisione

La Cassazione emette un principio contraddittorio: in estrema sintesi, proprietario del rimorchio è responsabile in solido con il proprietario della motrice, anzi no: ne risponde il proprietario della motrice.

E’ quanto emerge dalle tre pagine dell’ordinanza in commento.

VAI ALL’ORDINANZA

Secondo la Corte, una vettura motrice, congiunta ad una vettura rimorchio allo scopo di formare un unico traino sotto una sola guida effettiva, non assume rilievo quale entità a sé stante, ma soltanto come parte di un’entità circolante idealmente inscindibile. Ne consegue – secondo il Supremo Collegio – “che il proprietario della vettura trainata, consentendone la circolazione mediante il traino, si espone alla presunzione di responsabilità prevista dall’art. 2054, terzo comma, cod. civ., ed è solidalmente responsabile con il proprietario e conducente del veicolo propulsore, senza possibilità di distinguere tra i diversi elementi che compongono il mezzo circolante» (Cass. n. 6431/2015, conforme a Cass. n. 2206/1980)”.

Sin qui, il proprietario del rimorchio è responsabile in solido con il proprietario della motrice.

Da questo punto, nasce la contraddizione e testualmente riportiamo il testo: “tale principio è coerente (ad avviso del deducente: incoerente) con quello già emesso dalla Cassazione, con sentenza n. 13200/2012, secondo il quale l’assicurazione obbligatoria stipulata per la motrice copre la responsabilità per i danni provocati dal rimorchio ad essa agganciato (c.d. rischio dinamico), che trova giustificazione proprio nella considerazione unitaria del complesso autoarticolato (mentre, l’autonomia del rimorchio rileva, anche ai fini della necessità di una specifica copertura assicurativa, soltanto nella specifica ipotesi del “rischio statico”, per il caso che il rimorchio provochi danni quando è fermo o manovrato a mano)”.

Ed allora, seguendo questo principio, ne discenderebbe una responsabilità, persino esclusiva, del proprietario della motrice.

In via esemplificativa, per non incorrere in ricercate ed autolesive problematiche di diritto, è consigliabile citare in giudizio, come litisconsorte necessario dell’assicuratore, soltanto il proprietario della motrice, anche perché, laddove si rilevi un difetto di integrazione del contraddittorio, può sempre essere integrato, ai sensi dell’art. 102 cpc, anche nel corso del giudizio (Cass. Civ. Sez. III 29 luglio 2002 n. 11149).

 

CASSAZIONE: BLOCCARE UN’ALTRA AUTO È REATO

di Marina Crisafi – Bloccare la strada e impedire il passaggio a un’altra auto è violenza privata. Così la quinta sezione penale della Cassazione (con sentenza n. 5358/2018 sotto allegata) confermando la condanna nei confronti di un uomo che per ripicca aveva ostruito la strada impedendo ad un’altra autovettura di poter ripartire.

La vicenda

Il caso nasce da una discussione accesa tra due automobilisti. Uno dei due decide di lasciare lì l’autovettura bloccando così l’altro che non può muoversi. La vicenda finisce in tribunale e il giudice di merito ha condannato il primo contendente per violenza privata e minaccia in danno dell’altro. La sentenza veniva confermata anche in appello.

L’uomo ricorreva pertanto in Cassazione, lamentando mancanza di motivazione in ordine agli elementi (oggettivo e soggettivo) della violenza privata, giacché dalla pronuncia impugnata non si rinvengono le ragioni per cui sarebbe stata realizzata l’ostruzione della sede stradale né l’intenzionalità dell’ostruzione stessa, che si era protratta soltanto per il tempo del diverbio insorto tra i due.

Quanto al reato di minaccia, l’uomo sostiene che era stata ingiustamente attribuita valenza delittuosa a un’espressione innocua pronunciata senza intenzionalità minatoria.

Bloccare un’altra auto è reato di violenza privata

Per la Cassazione, entrambi i motivi sono infondati. Quanto al delitto di violenza privata, ribadiscono gli Ermellini, ai fini della sua configurabilità, “il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione. Pertanto, anche la condotta di chi ostruisca volontariamente la sede stradale per impedire ad altri di manovrare nella stessa realizza l’elemento materiale del reato in questione”.

Per cui, non vi è dubbio che ciò sia avvenuto nel caso di specie, posto che l’imputato aveva impedito all’altro automobilista di riprendere la marcia dopo l’alterco tra i due e per un apprezzabile lasso di tempo (di circa 7-8 minuti secondo i testi).

Sotto il profilo soggettivo, ricordano ancora dal Palazzaccio, “ai fini della configurazione del reato di violenza privata è sufficiente la coscienza e volontà di costringere taluno, con violenza o minaccia, a fare, tollerare od omettere qualcosa, senza che sia necessario il concorso di un fine particolare: il dolo è, pertanto, generico. Ne consegue che il fatto stesso di impedire ad altri automobilisti di transitare sulla strada pubblica, o di riprendere la marcia, integra l’elemento soggettivo del reato in questione”.

Ugualmente infondato è il motivo relativo alla minaccia. Le parole pronunciate dall’imputato infatti (ndr. “tanto sta faccenda non finisce qui, t’aspetto quando finisci de lavorà, cusci te la faccio vedé io, te faccio na faccia come un tamburo”) avevano valenza minatoria, posto che contenevano la rappresentazione di un male, la cui verificazione dipendeva dalla volontà dell’agente.

L’unico spiraglio invece è lasciato dalla S.C., in ordine alla richiesta di proscioglimento ex art. 131 bis cod. pen., su cui i giudici di merito hanno omesso ogni pronuncia al riguardo. Per cui, ciò basta a far annullare la sentenza impugnata e a far passare la parola al giudice del rinvio.

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Cassazione, sentenza n. 5358/2018 

FINTI COLPI DI FRUSTA PER TRUFFARE L’ASSICURAZIONE, CONDANNATI A 8 MESI

RUBANO – Incidenti mai avvenuti, ma segnalati all’assicurazione. O passeggeri inesistenti, che denunciavano malanni e chiedevano i relativi risarcimenti. Una casistica varia, quella raccolta da un’inchiesta della Procura di Venezia su una serie di presunte frodi alle assicurazioni. Casi a cavallo tra il 2008 e il 2010, per incidenti capitati tra le province di Venezia e Padova. Oltre una ventina gli automobilisti e i passeggeri coinvolti che si erano rivolti allo studio di infortunistica 3 A di Mestre per chiedere i risarcimenti. Per tutti è arrivata la prescrizione, tranne due che sono stati condannati ieri dal giudice monocratico di Venezia.

Si tratta di Francesco Manzo e Romina Berto, 46 ENNI di Rubano. Sette anni fa, proprio a Rubano, il primo aveva avuto un banale tamponamento e la seconda «pur non essendo stata trasportata nel veicolo condotto da Manzo – ricostruisce il capo d’imputazione – si recava in data 24 marzo 2010 al pronto soccorso dell’ospedale di Padova lamentando algie al collo e alla spalla destra in seguito a tamponamento stradale». I due «successivamente in data 27 marzo 2010, tramite l’agenzia infortunistica Studio 3A (sede di Venezia-Mestre), denunciavano falsamente un sinistro, alla Berto mai accaduto, richiedendo il risarcimento dei danni». Ieri il giudice ha inflitto ai due 8 mesi a testa, con la sospensione della pena. Li ha anche condannati a risarcire i danni all’Unipol sai, l’assicurazione costituitasi parte civile, fissando una provvisionale immediatamente esecutiva di 15 MILA euro.

Inizialmente l’inchiesta aveva coinvolto anche il titolare dell’agenzia di pratiche 3A, Ermes Trovò. L’interessato aveva respinto le accuse, sostenendo, anzi, di aver avviato delle indagini su quelle pratiche che lo avevano insospettito. Alla fine delle indagini era stata la Procura a chiedere l’archiviazione della posizione di Trovò. E all’inizio di quest’anno il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione per prescrizione.

INDENNIZZI AEREI A CORTO RAGGIO

La compensazione dovuta ai passeggeri in caso di cancellazione del volo con coincidenza o in caso di ritardo prolungato deve essere calcolata in funzione della
distanza radiale tra gli aeroporti di partenza e di arrivo. Il fatto che la distanza effettivamente percorsa da tale volo sia, in ragione della coincidenza,
superiore alla distanza tra gli aeroporti di partenza e di arrivo non incide sul calcolo della compensazione. Così la Corte di giustizia europea nella sentenza nella causa C-559/16, Birgit Bossen, Anja Bossen e Gudula Gräßmann/Brussels Airlines SA/NV, depositata ieri. Protagoniste della vicenda tre passeggere che si sono
recate da Roma ad Amburgo via Bruxelles mediante un volo operato dalla Brussels Airlines.
Essendo il loro volo atterrato ad Amburgo con un ritardo di tre ore e 50 minuti rispetto all’orario di arrivo inizialmente previsto, esse hanno adito il
Tribunale circoscrizionale di Amburgo, al FIne di ricevere la COMPENSAZIONE pecuniaria prevista dall’Unione europea con il regolamento (Ce) n. 261/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 febbraio 2004. Tale regolamento, così come interpretato dalla Corte di giustizia, dispone che, in caso di ritardo di tre o più ore, i passeggeri hanno diritto a una compensazione di 250 euro per i voli inferiori o pari a 1.500 chilometri e di 400 euro per i voli superiori ai 1.500 chilometri che collegano due Stati membri. L’Amtsgericht Hamburg ha chiesto alla Corte se, in caso di volo con coincidenza, la distanza totale del volo corrisponda alla distanza tra l’aeroporto di partenza e l’aeroporto di arrivo (ossia, nel caso di specie, 1.326 km tra Roma e Amburgo), o invece se debba essere calcolata in funzione della distanza effettivamente percorsa (ossia, nel caso di specie, 1 656 km, vale a dire 1.173 km per la distanza tra Roma e Bruxelles e 483 km per quella tra Bruxelles e Amburgo). Dalla risposta a tale questione dipende ovviamente l’importo della compensazione pecuniaria dovuta ai passeggeri. La Corte, come spiega una nota UFFICIALE, constata, innanzitutto, che il regolamento non distingue a seconda che i PASSEGGERI interessati raggiungano la loro destinazione FInale tramite un volo diretto o un volo con coincidenza. In entrambi i
casi, i passeggeri devono essere trattati in modo uguale in sede di calcolo dell’importo della compensazione pecuniaria. I diversi scaglioni di compensazione pecuniaria previsti dal regolamento rispecchiano le differenze dell’entità del disagio che i passeggeri subiscono per non avere la possibilità di riorganizzare liberamente il
proprio spostamento ed evitare dunque la perdita di tempo legata all’annullamento del loro volo o al ritardo prolungato. La Corte ritiene che il tipo di volo (volo diretto o volo con coincidenza) non incida sull’entità del disagio subito dai passeggeri. Di conseguenza, nella determinazione dell’importo della compensazione pecuniaria in caso di volo con coincidenza, si deve tenere in considerazione soltanto la distanza radiale (quella che congiunge più direttamente punto a punto) che un volo diretto percorrerebbe tra l’aeroporto di partenza e l’aeroporto di arrivo. Il fatto che la distanza effettivamente percorsa sia, in ragione della coincidenza, superiore alla distanza tra gli aeroporti di partenza e di arrivo non incide sul calcolo della compensazione.
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MANUTENZIONE STRADALE – RESPONSABILITÀ DEL COMUNE

Se il Comune avesse assolto ai propri obblighi come custode, l’evento dannoso, malgrado la eccezionale violenza delle precipitazioni, non si sarebbe verificato o quanto meno avrebbe assunto consistenza ampiamente inferiore

Poiché secondo l’art. 14 Codice della strada gli enti proprietari delle strade (e delle autostrade) sono tenuti a provvedere:

a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi;

b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze;

c) all’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta;

e considerato che a loro carico (così come dei relativi concessionari) è senz’altro configurabile la responsabilità per cosa in custodia disciplinata dall’art. 2051 c.c., in ragione del particolare rapporto con la cosa che ai medesimi deriva dalla disponibilità e dai poteri di effettivo controllo sulla medesima, va sottolineato che giusto, principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità in caso di sinistro dei danni conseguenti a omessa o insufficiente relativa manutenzione il proprietario o il custode (tale essendo anche il possessore, il detentore e il concessionario) risponde ex art. 2051 c.c., salvo che dalla responsabilità presunta a suo carico si liberi dando la prova del fortuito.

In altri termini, il danneggiato che domanda il risarcimento del pregiudizio sofferto in conseguenza dell’omessa o insufficiente manutenzione della cosa in custodia, o di sue pertinenze, invocando la responsabilità del custode è tenuto, secondo le regole generali in tema di responsabilità civile, a dare la prova che i danni subiti derivano dalla cosa, in relazione alle circostanze del caso concreto.

Tale prova consiste nella dimostrazione del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia, e può essere data anche con presunzioni, giacché la prova del danno è di per sé indice della sussistenza di un risultato anomalo, e cioè dell’obiettiva deviazione dal modello di condotta improntato ad adeguata diligenza che normalmente evita il danno.

Facendo eccezione alla regola generale di cui al combinato disposto degli art. 2043 e 2697 cod. civ., l’art. 2051 c.c. integra invero un’ipotesi di responsabilità caratterizzata da un criterio di inversione dell’onere della prova, imponendo al custode, presunto responsabile, di dare eventualmente la prova liberatoria del fortuito – c.d. responsabilità aggravata- .

Il custode è cioè tenuto, in ragione dei poteri che la particolare relazione con la cosa gli attribuisce cui fanno riscontro corrispondenti obblighi di vigilanza, controllo e diligenza (in base ai quali è tenuto ad adottare tutte le misure idonee a prevenire ed impedire la produzione di danni a terzi, con lo sforzo adeguato alla natura e alla funzione della cosa e alle circostanze del caso concreto) nonché in ossequio al principio di c.d. vicinanza alla prova, a dimostrare che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente adeguato alle concrete circostanze del caso.

Deve cioè dimostrare di avere espletato, con la diligenza adeguata alla natura e alla funzione della cosa in considerazione delle circostanze del caso concreto, tutte le attività di controllo, vigilanza e manutenzione su di esso gravanti in base a specifiche disposizioni normative (nel caso – come detto – art. 14 CdS), e già del principio generale del neminem leadere.

Siffatta inversione dell’onere probatorio incide indubbiamente sulla posizione sostanziale delle parti, agevolando la posizione del danneggiato e aggravando quella del danneggiante, sul quale grava anche il rischio del fatto ignoto.

Atteso che il custode presunto responsabile può se del caso, in presenza di condotta che valga ad integrare la fattispecie ex art. 1227, 1 co., c.c., dedurre e provare il concorso di colpa del danneggiato, senz’altro configurabile anche nei casi di responsabilità presunta ex art. 2051 c.c. del custode, ai diversi fini della prova liberatoria da fornirsi dal custode per sottrarsi a detta responsabilità è invero necessario distinguere tra le situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada e quelle provocate da una repentina ed imprevedibile alterazione dello stato della cosa.

Solamente in quest’ultima ipotesi può invero configurarsi il caso fortuito, in particolare allorquando l’evento dannoso si sia verificato prima che l’ente proprietario o gestore abbia potuto rimuovere, nonostante l’attività di controllo espletata con la dovuta diligenza al fine di tempestivamente ovviarvi, la straordinaria ed imprevedibile situazione di pericolo determinatasi.

Con particolare riferimento ai danni cagionati da precipitazioni atmosferiche, si è esclusa l’ipotesi del caso fortuito o della forza maggiore invocabile dal custode a esonero della propria responsabilità in presenza di fenomeni meteorologici anche di particolare forza e intensità, protrattisi per tempo molto lungo e con modalità tali da uscire fuori dai canoni normali, allorquando il danno trovi origine nell’insufficienza delle adottate misure volte ad evitarne l’accadimento, e in particolare del sistema di deflusso delle acque meteoriche.

Nel sottolinearsi come ogni riflessione, declinata in termini di attualità, sulla prevedibilità maggiore o minore di una pioggia a carattere alluvionale imponga oggi, in considerazione dei noti dissesti idrogeologici che caratterizzano il nostro Paese, criteri di accertamento improntati a un maggior rigore, poiché è chiaro che non si possono più considerare come eventi imprevedibili alcuni fenomeni atmosferici che stanno diventando sempre più frequenti e, ormai, tutt’altro che imprevedibili, si è precisato che l’eccezionalità e imprevedibilità delle precipitazioni atmosferiche possono configurare caso fortuito o forza maggiore idonei ad escludere la responsabilità del custode per il danno verificatosi solo quando costituiscano causa sopravvenuta autonomamente sufficiente a determinare l’evento, nonostante la più scrupolosa manutenzione e pulizia da parte del medesimo dei sistemi di smaltimento delle acque piovane.

Un temporale di particolare forza ed intensità, protrattosi nel tempo e con modalità tali da uscire fuori dai normali canoni della meteorologia, si è affermato poter integrare il fortuito (o la forza maggiore) laddove non vi siano condotte idonee a configurare una corresponsabilità del soggetto che invoca l’esimente.

In altri termini, che il custode non sia in colpa.

Quest’ultimo è pertanto tenuto a dimostrare di aver mantenuto la condotta diligente nel caso concreto dovuta (con particolare riferimento alla manutenzione e alla pulizia delle strade), e che le piogge sono state talmente intense che gli allagamenti si sono ciononostante, e nella stessa misura, verificati.

In base all’operata valutazione (in termini diversi dal giudice di prime cure) delle emergenze probatorie – e in particolare della C.T.U. – nonché preso atto che le conseguenze dannose sono state nel caso amplificate da una serie di concause costituite:

a) dai pregressi interventi di modifica del territorio, posti in essere dal Comune (vicino svincolo stradale con sottopasso) dalle Ferrovie (sostituzione del muro a secco drenante che delimitava i binari con muro di calcestruzzo) e da privati (edifici e piazzali), interventi che avevano modificato quote e pendenze e che al tempo stesso avevano drasticamente ridotto la superficie a terreno vegetale;

b) dalla insufficienza della rete di fognatura bianca a servizio della zona, circostanza confermata dalla esecuzione da parte del Comune, proprio a seguito dell’evento di opere di adeguamento;

c) dal difetto di manutenzione delle caditoie e delle griglie della rete,… risultate del tutto intasate, circostanza atta a ostacolare il naturale smaltimento delle acque e a favorirne l’accumulo

la corte di merito ha al riguardo osservato che ove il Comune avesse assolto agli obblighi sullo stesso gravanti come custode, l’evento dannoso, malgrado la eccezionale violenza delle precipitazioni, non si sarebbe verificato o quanto meno avrebbe assunto consistenza ampiamente inferiore.

A fronte della censura dell’odierno ricorrente secondo cui il fenomeno atmosferico verificatosi avrebbe dovuto ritenersi integrare il fortuito in ragione della mera natura particolarmente violenta ed eccezionale,… in considerazione della sua totale imprevedibilità, tale giudice è quindi pervenuto a correttamente concludere che nel caso concreto… la eccezionalità delle piogge non può integrare il caso fortuito, non essendosi risolta in un fattore causale di efficacia esclusiva tale da interrompere la operatività, nel processo di produzione dell’evento, delle cause preesistenti imputabili al Comune.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 28 luglio 2017 n. 18856

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INVESTIMENTO DEL MINORE: RISARCIMENTO RIDOTTO IN CASO DI CONDOTTA IMPRUDENTE

Con sentenza 8 marzo 2017, n. 5787, la Corte di Cassazione torna ad occuparsi dei presupposti applicativi dell’art. 1227 co. 1 c.c. 

Oggetto di indagine dei giudici di piazza Cavour è la sentenza emessa dalla Corte di Appello Aquilana con cui i giudici di merito avevano sancito un principio di co-responsabilità tra il ricorrente e la parte convenuta nella causazione del danno emerso in giudizio.

Nella specie, il caso riguardava l’investimento di un pedone e, più in particolare, di un minore che si era allontanato inaspettatamente dal controllo dei genitori esercenti la potestà genitoriale.

In sede di legittimità, i ricorrenti genitori contestavano l’asserito principio di co-responsabilità sia sul profilo processuale che sul profilo motivazionale della sentenza di secondo grado. 

Sul profilo processuale i ricorrenti contestavano che la pronuncia non potesse essere resa nei confronti dei genitori per l’esercizio della potestà genitoriale sul minore ma, piuttosto, per l’inosservanza del dovere di vigilanza sul minore.

Inoltre si contestava l’incompletezza della motivazione nella misura in cui non specificava se il concorso del fatto colposo afferisse alla condotta del minore o dei genitori.

I giudici del Supremo Consesso hanno ritenuto infondate tali doglianze affermando che dal testo della sentenza impugnata si comprende chiaramente che il fatto colposo concorrente afferisca alla condotta imprudente del minore.

In virtù di tale assunto, la Corte ha indagato la sussistenza dei presupposti applicativi dell’art. 1227 co. 1 c.c.

In particolare, in continuità con i principi sanciti dalle sezioni unite con sentenza n. 13902/2013, la Corte ha affermato che ai fini dell’accertamento del concorso di responsabilità ex art. 1227 co. 1 c.c., il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell’evento dannoso è rilevabile d’ufficio dal giudice (sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente).

Pertanto la sua prospettazione non richiede la proposizione di un’eccezione in senso proprio, avente natura di mera difesa.

Inoltre, la Corte prosegue ribadendo il principio ermeneutico già consolidato, secondo cui l’incapacità di intendere e di volere del creditore non è un elemento idoneo ad escludere la colpa del fatto concorrente.

Sul punto, la Corte di Cassazione ha più volte chiarito che quando la vittima di un fatto illecito abbia concorso, con la propria condotta, alla produzione del danno, l’obbligo del responsabile di risarcire quest’ultimo si riduce proporzionalmente, ai sensi dell’art. 1227, comma primo, cod. civ., anche nel caso in cui la vittima fosse incapace di intendere e di volere (per minore età o altra causa); ciò in quanto la locuzione «fatto colposo» contenuta nel citato art. 1227 deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo, per cui l’indagine deve essere limitata all’accertamento dell’esistenza della causa concorrente nella produzione dell’evento dannoso, prescindendo dalla imputabilità del fatto all’incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo (così Cass. 22/06/2009, n. 14548; Cass. 10/02/2005, n. 2704; Cass. 05/05/1994, n. 4332).

POLIZZE, OCCHIO ALLE CLAUSOLE

(di Avv. Laura Opilio, partner CMS – ItaliaOggi)

Le compagnie assicurative dovranno uniformarsi alla recentissima sentenza della Corte di cassazione, la quale sancisce l’immeritevolezza delle clausole che prevedano copertura alla condizione che sia il fatto dannoso che la richiesta risarcitoria si verifichino durante il periodo di copertura. La Suprema corte di cassazione è tornata sulla questione «clausola claims-made» depositando la sentenza n. 10506 del 28 aprile 2017. L’ultimo arresto degli Ermellini sul punto, risalente a maggio del 2016, aveva sancito la validità delle polizze per le quali il rischio coperto consista nella richiesta risarcitoria presentata dal danneggiato nei confronti dell’assicurato, in deroga al disposto di cui al primo comma dell’articolo 1917 c.c. La Corte aveva però sancito il principio che la legittimità delle polizze claims made andasse valutata caso per caso, nel rispetto dell’equilibrio dei reciproci interessi dell’assicurato e della compagnia.

Ora, con questo recentissimo intervento della terza sezione, la Cassazione torna sul tema e richiama il principio di meritevolezza ivi descritto, sancendo l’immeritevolezza e dunque l’invalidità delle clausole che prevedono che la copertura assicurativa della responsabilità civile sia attivabile solo quando sia il fatto dannoso che la prima richiesta risarcitoria del danneggiato si manifestino durante il periodo di validità del contratto. Tale limitazione comporterebbe una ingiustificata violazione dei diritti dell’assicurato, in quanto è assai improbabile che sia il danno che la richiesta risarcitoria si verifica nel ristretto arco temporale della durata di validità della polizza.

Questa decisione comporterà per le compagnie assicurative la necessità di rivedere i propri testi di polizza e integrarli per evitare che polizze nate come claims-made (che coprono cioè solo i sinistri denunciati nell’arco di validità della polizza) operino invece come polizze loss occurrence (polizze che coprono tutti i danni occorsi durante il periodo di copertura anche se denunciati successivamente): con le polizze loss occurrence l’assicuratore si trova infatti tenuto a coprire sinistri denunciati anche molti anni dopo la scadenza della polizza, nei limiti dei termini di prescrizione. Da un punto di vista assicurativo, questo comporta una esposizione al rischio molto superiore rispetto a quella originariamente stimata.

FALSO INCIDENTE: ANCHE LA COMPAGNIA GESTIONARIA PUÒ QUERELARE

Cassazione penale, sez. II, sentenza 15/05/2017 n° 24075


Chi denuncia un falso sinistro stradale al fine di conseguire l’indennizzo assicurativo commette il reato di cui all’art. 642 c.p., perseguibile a querela della persona offesa.

In base alle norme del codice delle assicurazioni nella procedura di gestione e liquidazione del sinistro sono in genere coinvolte due compagnie assicurative: la società gestionaria del sinistro e quella obbligata al risarcimento secondo le norme sostanziali in materia di RCA, i cui rapporti sono poi regolati in sede di compensazione.

La società gestionaria è legittimata a proporre querela? Può essere considerata persona offesa dal reato?

A questa domanda risponde la Corte di Cassazione, Sezione Seconda Penale, con la sentenza 15 maggio 2017, n. 24075.

(Altalex, 19 maggio 2017)

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